Il lavoro dell’artista multidisciplinare Monica Mura è trasgressivo, critico e appassionante, andando oltre l’ovvio e l’immediato. Abbiamo lavorato insieme in passato ed è stato molto ispirante accompagnare il suo percorso, la sua crescita e il modo in cui si trascende. Il tema dell’immagine presente nel suo lavoro rappresenta, senza dubbio, una grande sfida nella società contemporanea. Monica affronta l’immagine da diverse prospettive: il ruolo della donna, la dittatura dell’immagine, l’invecchiamento. Guy Debord, il creatore del concetto di «società dello spettacolo», definì lo spettacolo come l’insieme delle relazioni sociali mediate dalle immagini. Nella società contemporanea, c’è una preoccupazione eccessiva per la bellezza e i suoi standard estetici.
Molte di queste preoccupazioni sorgono soprattutto dal ruolo della stampa che utilizza la pubblicità per istruire i consumatori all’uso compulsivo di tutto ciò che riguarda l’apparenza. La «dittatura della bellezza» è l’esempio più evidente della sopravvalutazione del corpo nella società contemporanea. Il concetto di bellezza diventa uno standard collettivo, con l’“etichetta” di ciò che è essere belli, generico per tutti, ma non individuo come dovrebbe essere trattato. Ogni anno si inventano nuovi modi per raggiungere il corpo ideale: silicone, botox, liposuzione e, forse il peggio finora, steroidi anabolizzanti, estremamente dannosi per la salute. La ricerca dell’apparenza ideale è diventata preoccupante, colpendo persone sempre più giovani, creando volti o seni artificialmente lisci e inespressivi completamente fuori dal modello naturale. Attraverso le sue performance, Monica analizza le trasformazioni del corpo cercando di integrare il pubblico in questa osservazione e analisi, profonda, perturbante e molto critica. Dopo tutto, l’arte può essere potentemente trasformativa e farci uscire dalle nostre zone di comfort.
Il lavoro artistico di Monica affronta anche i problemi dell’invecchiamento, un’altra riflessione urgente da fare oggi. La performance «Prima e dopo» è angosciante ed è la storia di tutti noi. Angosciante da un lato, bella dall’altro, perché le diverse fasi della vita hanno una bellezza e un mistero infiniti. Monica ci trasporta a un’altra questione attuale: la creazione di nuove parole per descrivere il fenomeno dell’invecchiamento, come «migliore età» e «vecchiaia», che nascondono la vera relazione del soggetto con il proprio corpo e il suo patetismo. L’integrazione delle storie di ogni essere umano costituisce la memoria sociale di un paese. Come disse il pedagogista brasiliano Paulo Freire, «Le memori di me stesso mi hanno aiutato a comprendere le trame di cui facevo parte». Negando il passato, neghiamo la historia e sopravvalutiamo l’effimero.
Simone de Beauvoir, nel suo libro La Vieillesse (La vecchiaia), si riferisce a questo «come a un fenomeno biologico con profondi riflessi nella psiche dell’uomo». La vecchiaia va compresa nella sua totalità, non solo nel suo aspetto biologico. L’invecchiamento è complesso, dinamico e idiosincratico, quindi non tutti gli individui invecchiano allo stesso modo.
Non abbiamo mai vissuto fino a così tardi. Allo stesso tempo, non abbiamo mai cercato di nascondere tanto la paura della vecchiaia. Negliamo la vecchiaia e creiamo la cultura della giovinezza. Ma giovani e anziani possono ritrovarsi e sentire lo stesso desiderio che si prova in vita, desiderando le parti corporee e spirituali che muoiono nel corso della vita. Possono recuperare queste parti attraverso il simbolismo delle mancanze, reinventare nuove forme di essere, vedere e sentire il mondo e rilanciare e creare «luoghi» meno aridi e più fertili.
Come disse il poeta Mário Quintana: «Il tempo è un punto di vista. Vecchio è chi è un giorno più vecchio della gente… Le età sono solo due: o si è vivi o morti».