Il Corpo Archivio

La mia pratica situa il corpo come territorio di ricerca e frizione. La pelle non è un limite, è archivio: superficie dove si iscrivono memorie, gerarchie e violenze che operano dall’intimo al geopolitico. Il corpo funge da supporto e da dispositivo critico, uno spazio in cui le strutture di autorità diventano visibili e, pertanto, contestabili.

Lavoro a partire da un linguaggio che attraversa performance, installazione, suono, video e media digitali, articolando progetti che mettono in tensione la relazione tra territorio, identità e potere. Lo sradicamento, le frontiere e i processi di occupazione rivelano come lo spazio non sia neutrale, bensì un campo di disputa simbolica e materiale.

L’oro —storicamente legato all’arte sacra, al capitale e alla legittimazione del potere— si trasforma in un materiale di confronto: espone gerarchie, evidenzia vulnerabilità e restituisce valore a ciò che è stato cancellato. Di fronte alla damnatio memoriae applicata al non normativo e alle soggettività spostate, il mio lavoro insiste sulla riapparizione.

La tecnologia non agisce come ornamento, ma come estensione critica: amplifica l’iscrizione del corpo, svela meccanismi di controllo e sposta i limiti tra il fisico e il virtuale. I miei progetti sono processi documentati, aperti e replicabili che non cercano di illustrare discorsi, ma di attivare trasformazioni reali.

■ Monica Mura