Percorrere l’universo creativo di Monica Mura ci porta a una profonda riflessione su identità, memoria e genere, come ho potuto sperimentare attraverso la sua mostra personale più recente E ti que (de quen) vés sendo? (E tu cosa (di chi) sei?) nella Chiesa della Compagnia. Il potere dell’arte come agente trasformativo è sempre presente e l’artista adotta un ruolo di mediazione che rende protagonisti i visitatori / partecipanti. La sua opera ci presenta un grande interrogante. Come spiega la stessa Mura, lei porge le domande però non da le risposte, che sono molteplici e personali.
L’opera di Monica Mura (Cagliari, 1979) ha avuto fin dal principio, un approccio rivendicativo su questioni di genere e femminismo. La prima volta che ho collaborato con Mura è stata durante la produzione Los Monólogos de la Vagina (I monologhi della Vagina) di Eve Ensler che coordinai nel 2006, quando con un gruppo variato di donne presentammo l’opera per la prima volta a Santiago de Compostela nel Teatro Principal, con l’obiettivo di rompere il silenzio sulle esperienze delle donne e di partecipare in una campagna internazionale per eliminare la violenza di genere. Mura ha dimostrato di essere un’artista impegnata con l’uguaglianza e con las donne sin da questo primo incontro, sebbene il suo lavoro artistico abbia esplorato diversi percorsi.
Il suo lavoro si basa in una grande sensibilità e rispetto, grazie al quale crea uno spazio dove le donne possono raccontare la loro storia con parole, immagini e lavori manuali come si può vedere nel suo progetto El Retrato. Abriendo la puerta a nuestro lugar più intimo (Il Ritratto. Aprendo la porta al nostro luogo più intimo) del programma Nos+Otras en Red di Educathyssen in collaborazione con la Red Museística Provincial de Lugo) e in Elas Contan (Loro rac-contano), un video dove ha intervistato donne galiziane e sarde, che esamina i lacci che ci uniscono tra donne e generazioni. Nel suo lavoro più recente Mura ha deciso di ampliare il centro di attenzione per aprire uno spazio di dialogo e riflessione sull’identità di genere e l’esperienza delle persone trans* con opere come Transvideo, una videoperformance delegata.
L’esposizione E ti que (de quen) vés sendo? definisce l’artista. Si tratta praticamente di una retrospettiva della sua opera in constante evoluzione e dialogo. Monica Mura è un’artista interdisciplinare per eccellenza: combina la fotografia, il video, la performance con l’esplorazione di altre tecniche e materiali come il cristallo, l’uso di luci, ombre e riflessi, il collage, la tecnologia, la parola e il suono, tanto in progetti collaborativi come individuali, tutto questo per creare opere umane e di grande potere emozionale. La bellezza, termine non molto in voga nel discorso artistico, è innegabile nella sua arte perché è la bellezza dell’autentico e della generosità delle persone che condividono la loro storia, la bellezza della resilienza. È degno di nota lo sguardo empatico che la caratterizza come artista e che ci coinvolge nelle sue creazioni.
Mura gioca con la propria immagine, a volte visibile e altre invisibile, presente in tutta la mostra. Esplora la sua risposta alle domande implicite nel titolo, (Cosa sei? e Di chi sei?), attraverso molteplici opere, in cui utilizza l’autoritratto in differenti formati, dove il concetto di personale si trasforma nel più l’universale. La figura dell’artista è inevitabile, e ci avvolge letteralmente quando attraversiamo i suoi autoritratti sulle grandi tele di velo che separano i diversi spazi. L’impattante opera Tú Yo Yo Tú (Tu Io Io Tu), di grandi dimensioni, appesa nella nave centrale con i ritratti fotografici in bianco e nero dell’artista, di sua madre e di suo padre stampati su tela di velo. È un’installazione mobile che permette differenti configurazioni dei quattro pannelli di 4 metri di altezza, creando in questo modo nuove identità ibride. Nonostante le sue dimensioni, quest’opera riflette l’amore per i dettagli, che l’artista mette in ogni creazione. Le cuciture d’oro realizzate a mano, la pittura con pigmenti dorati sul tessuto e i campanacci tintinnanti delle pecore sarde, sono parte integrante di questo murale visivo e sonoro in movimento. I fili con cui uniamo passato, memoria e identità sono in questo caso fisici e metaforici. Mura non si accontenta di un impatto superficiale e l’approccio più vicino alle sue opere ci premia sempre con nuovi significati e sfumature.
Tu vacío es mi ausencia, tu memoria es mi presencia (Il tuo vuoto è la mia assenza, la tua memoria la mia presenza) riscatta la figura delle artiste Maruja Mallo (Galizia) e Edina Altara (Sardegna) in un’opera di tecnica mista realizzata con specchi intagliati e giochi di luci e riflessi che evocano a queste donne che durante molto tempo sono state cancellate o dimenticate nel mondo dell’arte. L’assenza e la presenza sono anche il filo conduttore della sua produzione artistica: dalla cornice vuota della performance Antes y después (Prima e dopo), realizzata in Portogallo nella XX Bienal Internacional de Arte de Cerveira, utilizzata come installazione dove i visitatori possono far parte dell’opera e ritrarsi, sino ai giochi di specchi e ombre di opere come Pre(Au)sencia (Pre(As)senza) e Quebracabezas (Rompicapo).
Si percepisce un’assenza legata allo sradicamento che permea le opere di Mura. Il suo percorso personale, di origine italiana ma residente in Spagna da 16 anni, è inseparabile dal suo interrogativo su concetti come memoria, famiglia, radici e identità. L’assenza / presenza della Sardegna è una costante a partire da opere come Sas Diosas. Miradas, sa arèntzia mea, 2015 (Le Dee. Sguardi, la mia famiglia) dove indaga le radici della sua famiglia materna, esposta nella mostra El espacio de la memoria (Lo spazio della memoria), Museo Thyssen-Bornemisza, nel 2017. Nella sua ultima mostra, le presenze più notevoli, i ritratti del padre e della madre di Mura appesi nella navata centrale, sono entrambi un promemoria dell’assenza dovuta alla distanza. Condivido un’identità mista (nel mio caso irlandese e spagnola) con Mura e per questo, forse, provo affinità con molti dei sentimenti che evoca. Sento che questa identità dislocata, frammentata o ibrida è utile per avvicinarsi all’esperienza di altre persone che possono vivere simbolicamente “sradicate” nella società per altri motivi.
Più che una serie di “opere” definirei le sue creazioni come un’esperienza d’immersione sensoriale in cui i visitatori, diventano parte integrante della stessa. In E ti que (de quen) vés sendo? ci riceve il suono avvolgente dell’opera Transoración (Transorazione), un paesaggio sonoro risultante dalla performance collettiva che recita tutte le parole del vocabolario che iniziano con la parola “trans” e che acquisisce connotazioni liturgiche nel contesto espositivo e ci saluta la Multioración (Multiorazione). Linguaggio, visione e audizione si combinano in questa e in altre opere come Verbas Vermellas Verbas Douradas (Parole Rosse Parole Dorate) o Non máís sabas tinguidas (Non più lenzuola macchiate) e ci offrono una riflessione sul linguaggio e il suo potere di creare nuove realtà.
Poder Ver Ver Poder (Poter Vedere Vedere Potere) è un’opera audiovisiva innovatrice in cui Mura utilizza ancora una volta il suo autoritratto e gioca con l’immagine pixellata e i suoni di un videogioco per riflettere sulla nostre identità attuali e future in un mondo ogni giorno più digitalizzato, dove la distinzione tra realtà e realtà virtuale diventa obsoleta.
E ti que (de quen) vés sendo? sintetizza la traiettoria e le inquietudini di Mura, creando opere partecipative senza perdere la sua prospettiva assolutamente individuale. Combina la bellezza estetica con un messaggio trasgressore. Attraverso le sue opere, in cui possiamo mettere e togliere etichette, Mura ci invita a liberarci da queste classificazioni. Si tratta di una domanda sulla nostra essenza e sulla nostra identità, a cui ognuno può rispondere in modo diverso, un’invocazione alla libertà.