Il lavoro artistico di Monica Mura è impegnato e coinvolto da posizionamenti concettuali e discorsivi femministi, come si può vedere nel suo percorso artistico e in particolare nel suo progetto espositivo multidisciplinare e pluridimensionale E ti que (de quen) vés sendo?.
Il corpo, i significanti socializzati che le categorie sesso/genere implicano nelle società patriarcali, ma anche le aperture e i dinamismi di tali categorie verso una pluralità diversa, elastica, i transgender, senza tralasciare la memoria di ciò che siamo stati e che ancora in gran parte siamo oggi, uomini e donne, differenziati comportamentalmente, in gerarchia, dipendenza e ruoli. Ma anche il tempo e il suo passaggio, presenze e assenze, nella sua forma assoluta la morte, e fino a quel momento la vita, piena di nuove possibilità. E la comunicazione, la parola, usata per definizioni ma anche per emozioni. Tutto ciò sembra configurare un ampio territorio nel quale l’artista forgia il suo discorso creativo visivo, sonoro, tattile, permeato da uno spirito e da una pratica di performance espansa, per chiedersi e chiederci, per pensare e riflettere su Che cosa sei? Che cosa siamo? Di chi sei?
E lo fa con enorme fluidità multidisciplinare, che invade lo spazio con installazioni in cui si integrano fotografie, oggetti, suono, video, testi e performance, configurando racconti visivi, sonori ed esperienziali nei quali vagare, riflettere e persino agire e intervenire, modificando e ricreando opere. Installazioni nelle quali le fotografie talvolta derivano o provengono da video, oppure incorporano immagini di oggetti che poi, simili, sono presenti nella sala, o testi che ci interrogano, richiamano l’attenzione, risuonano o sono creati e sviluppati dal pubblico attivo, che può anche intervenire nelle performance offerte dall’artista, seguendo le istruzioni-sceneggiatura.
Da una posizione femminista contundente, l’artista si immerge e ci fa vagare, mentalmente e sensorialmente, nel corpo, fondamentalmente quello delle donne, oggettificato e configurato sotto lo sguardo maschile. Ma anche nel genere, nelle identità e nei loro strati di costruzione socio-culturale e storica, nel loro nomadismo e nella loro performatività. E questo è qualcosa che si può vedere in una serie di opere del progetto dell’artista, come per esempio nell’installazione multimediale Tú yo yo tú, che può leggersi come una ricomposizione identitaria con frammenti di diversa provenienza; in senso simile l’interattiva con il pubblico Rompecabezas e quella intitolata Depende, dove si invita il pubblico a giocare e a ricomporre corpi e identità. Anche la denominata De-ge(n)erar Re-ge(n)erar, un’altra installazione interattiva, una sfilata di moda e una performance, con scambio di abiti e accessori, in un’ibridazione trans di generi, e inoltre un Transdiccionario e un Transvideo, in relazione alla parola.
Sempre sulla parola, si possono citare le performance Palabras Rojas, Palabras Doradas sul peso del linguaggio per creare una società non sessista; Ellas cuentan, un’altra installazione nella quale il racconto orale e la memoria hanno un ruolo fondamentale; o Transoración, un’altra installazione sonora di 135 parole che iniziano con trans, come una preghiera “Sui generis”.
Ma anche il tempo e il suo trascorrere, con i suoi segni, la vecchiaia e il tentativo di attenuarli, come nell’opera Antes y después. E sull’invisibilizzazione delle donne e la conservazione della loro memoria, come in Pre(au)sencia, o l’installazione-omaggio a due creatrici, come la pittrice surrealista spagnola Maruja Mallo e la designer italiana Edina Altara; e l’installazione multidisciplinare Poder Ver Ver Poder, che può essere letta come una riflessione sull’invisibilizzazione o sull’identità diffusa.
Un discorso espositivo femminista forte e coerente che fa pensare, riflettere e sentire, dal concetto alla percezione più intensa.